Note sulle mozioni congressuali
Le mozioni non differiscono in modo sostanziale nell’analisi dei problemi strutturali del nostro paese, né relativamente alle “ricette” che vengono proposte: uguaglianza/regole, merito, qualità, coraggio/fiducia, sono parole d’ordine che ricorrono, inserite in documenti più o meno strutturati (la trovata della wiki-mozione di Marino è molto divertente!). Forse anche perché sono state scritte a ridosso delle elezioni europee, il riferimento all’Europa è presente in tutte ed opportunamente valorizzato.
Le differenze emergono a mio parere soprattutto (anche se forse più per quello che non è scritto che non per quello che è il testo letterale) relativamente alle prospettive politiche ed alla natura del partito.
Inizio da quest’ultima perché è quella che implica questioni che incidono significativamente sulle norme statutarie e non solo su aspetti di linea politica, più o meno contingenti.
Bersani su questo punto è molto chiaro: …. “dobbiamo porci la questione se essere davvero un partito”… e quindi illustra alcuni dei caratteri distintivi…..“la sovranità appartiene agli iscritti, che la condividono con gli elettori nelle occasioni regolate dallo statuto”…”il PD coinvolge gli elettori, attraverso le primarie, per selezionare le candidature alle cariche elettive”….”partecipa alle primarie di coalizione con un proprio rappresentante scelto da iscritti e organismi dirigenti”.
La posizione di Marino è nettamente diversa:…..” un partito frutto della partecipazione dei suoi aderenti e dei suoi sostenitori”…”un partito che non sia di nessuno perché è di tutti coloro che ritengono di poter partecipare alla sua vita democratica”….”che si ponga il tema del rapporto costante con il proprio elettorato”….”un partito primario e dopario (!?), capace di aprire alla società la scelta delle persone e delle idee che promuove”.
Su questo punto Franceschini è più sfumato (accenna alla necessità di modifiche statutarie) anche se: “..non rinunciamo alla scelta che abbiamo fatto alla nascita del PD, di affidare agli iscritti le scelte del partito e l’elezione degli organismi territoriali, affiancando a loro gli elettori, da chiamare nei momenti delle grandi scelte, com’è certamente l’elezione del segretario nazionale…”.
Il problema di fondo è, a mio parere, chiarire se e in che misura, il raggiungimento degli obiettivi di trasformazione del nostro Paese (comuni a tutte le mozioni) sono effettivamente correlati con quelle che sembrano a prima vista questioni meramente organizzative o di assetto istituzionale.
La prima è quella che riguarda la coincidenza tra leadership e premiership, il fatto cioè che il segretario del partito sia automaticamente candidato a premier. E’ una norma statutaria che, da sempre, mi ha convinto poco. Bersani sembrerebbe escluderla automaticamente (in effetti, sembrerebbe contrario anche all’elezione del segretario mediante le primarie); Marino e Franceschini, che invece vogliono il segretario eletto con primarie, su questo punto non dicono, ma, in effetti, a mio parere, ha un senso individuare con primarie il segretario solo se questo è portatore del progetto di governo (questa è la motivazione ad esempio che avanza Morando). D’altra parte, tale regola non vale per il livello regionale (e questa sarebbe, se effettivamente fosse valido tale nesso, una evidente contraddizione dello statuto attuale).
Alla individuazione della premiership viene legata (sempre da Morando) la questione della “vocazione maggioritaria” del partito. Bersani ne fa un accenno – un po’ banale - trattandola in negativo (“vocazione maggioritaria non significa rifiutare le alleanze”); Franceschini non ne parla proprio, limitandosi ad affermare che “…non torneremo a riconoscerci nelle provenienze che abbiamo scelto liberamente e consapevolmente di lasciare alle nostre spalle…”; Marino fa riferimento ad un partito “che abbia un forte respiro maggioritario, che costruisca le proprie alleanze a partire dal proprio profilo…. non in base alla convenienza elettorale”. Riterrei utile che su questo punto si approfondisse la discussione.
Personalmente ho sempre inteso che per vocazione maggioritaria si intendesse il superamento della tradizionale “divisione del lavoro” per cui la sinistra (il partito della sinistra), attraverso l’alleanza con il “centro moderato”, tendeva a conquistare la maggioranza del paese. La nascita del PD doveva sancire tale superamento, connotando il partito come forza di centrosinistra (non più solo di sinistra) rappresentante dell’insieme dei ceti produttivi (non solo del lavoro dipendente). Se ciò non fosse, mi parrebbe fondata la critica di chi vede, nella riproposizione della “politica delle alleanze” da parte di Bersani, un ritorno alle origini, nel solco di una evoluzione PCI-PDS-DS, che, pur degna, ritengo non adeguata alle necessità del paese.
E’ questo, a mio parere, un punto fondamentale da chiarire. Allora la discussione sulle alleanze (“da soli si può fare poco”) assume un carattere più tattico che strategico e la valutazione sulle scelte conseguenti, ad esempio privilegiare una prospettiva di breve (le elezioni del 2010 – Bersani) o di più lungo periodo (Franceschini e Marino), diventa più legata ad una scadenza congressuale ordinaria che non ad un “congresso fondativo” (Bersani).
Bersani ha dalla sua la capacità provata (sul tema della credibilità tornerò ancora successivamente) di saper interpretare le istanze di cui sopra. Sarebbe utile, per quanto mi riguarda, che precisasse se tale connotazione del partito è confermata o meno.
La seconda questione, apparentemente più scontata, riguarda le primarie.
L’uso delle primarie per selezionare la classe dirigente del partito (nello statuto attuale si determinano in questo modo non solo i segretari nazionali e regionali, ma anche le corrispondenti assemblee), mi pare effettivamente un punto discriminante. Essere un “partito aperto” presuppone necessariamente tale modalità? Bersani la esclude chiaramente (in effetti, tra le caratteristiche del partito – popolare, riformista, dell’uguaglianza etc – non comprende la dizione “partito aperto” e parla genericamente di “apertura agli elettori”). Franceschini parla di partito aperto ma non dice attraverso quali meccanismi si concretizza tale apertura; Marino, con la formula di “partito primario”, sembra riconfermare il meccanismo esistente.
Comunemente accettato mi pare il meccanismo delle primarie per l’individuazione delle cariche elettive (Bersani introduce il riferimento alle elezioni in cui non sia presente il voto di preferenza – sembra quindi limitarla, allo stato attuale, alle elezioni politiche ed a quelle provinciali). Solo Bersani afferma un punto fondamentale, con cui concordo: “…Le primarie vanno rese più efficaci, rendendo più chiaro il meccanismo di partecipazione…” In effetti, parlare in astratto di primarie senza che ne siano precisate le regole (a partire dalla trasparenza nei meccanismi di reperimento ed utilizzazione delle risorse economiche da parte dei candidati) lascia spazio a tutti quei rischi plebiscitari e di distorsione che Bersani paventa.
Qualche dubbio ce l’ho sul punto in cui si subordina la partecipazione alle primarie alla designazione da parte del partito. Troppe volte sono stato testimone di consultazioni-farsa all’interno del PCI-PDS-DS, per non guardare con sospetto ad una simile prospettiva. Si dirà: ma la vita interna del partito sarà regolata da norme precise. E’ vero, ma dal momento che vogliamo che anche le primarie siano regolate da norme precise, sottrarre un “grado di libertà” al sistema mi lascia, in questo caso, perplesso.
La democrazia interna deve essere, a mio parere, uno dei punti qualificanti del dibattito congressuale. Apprezzo, in questo senso, lo sforzo (anche didattico: che cos’è un partito? cosa significa democratico?) che fa Bersani nell’essere il più possibile chiaro e sintetico sul punto.
Quando mi fu chiesto che cosa mi aspettassi dal PD, risposi: “di non essere disturbato troppo frequentemente” (si votava, al tempo, su qualcosa praticamente ogni quindici giorni). La battuta sintetizzava una mia convinzione profonda: la democrazia, per essere, deve essere organizzata. Poiché non posso (e non voglio – su molte questioni mi mancano le informazioni sufficienti per una decisione consapevole) essere chiamato ogni volta a decidere, vorrei che le decisioni che altri prendono necessariamente per me avvenissero mediante meccanismi trasparenti (voto). Inoltre, è per me un fattore di garanzia che la decisione scaturisca attraverso il confronto tra molti (non troppi) piuttosto che non per illuminazione di un singolo (ancorché votatissimo).
Formule vaghe “partito a rete”, “partito non gerarchico ma di relazioni”, “partito strutturato perché partecipato” etc. nascondono in genere prassi plebiscitarie che non condivido. L’esperienza di questi primi venti mesi del PD non è stata certamente incoraggiante sotto questo profilo. In questo senso ho aderito, a suo tempo, all’iniziativa del Jolly Marina; in questo senso ho votato contro (purtroppo da solo) l’ elezione di una Direzione pletorica e manifestamente inadeguata per essere luogo di effettiva decisione. “…Gli organismi dirigenti ad ogni livello saranno composti in un numero ragionevole per consentire una discussione politica efficace e scelte consapevoli..” questa è la promessa che ci fa Bersani. E Bersani è uomo d’onore, direbbe Shakespeare.
La credibilità di chi formula una proposta, oltre ovviamente al contenuto, è infatti un fattore importante nella mia decisione. La presenza accanto a Bersani, di figure come Letta o come Bindi contrastano l’accusa di un “ritorno al passato” che pure viene formulata alla sua proposta. A livello locale, la candidatura di Lorenzo Basso rappresenta un forte segnale di discontinuità rispetto alla logica di conservazione dei vecchi gruppi dirigenti.
Si osserva, almeno nella realtà ligure, la presenza nello schieramento pro Bersani di gran parte del ceto politico di provenienza comunista. Ciò è in parte naturale dal momento che la sua proposta di partito, come pure il richiamo al lavoro “…se il lavoro perde dignità la democrazia si indebolisce….”, sono certamente quella più vicine a quel tipo di formazione e sensibilità; in parte si scontano fenomeni di opportunismo inevitabili nell’ambito di chi “dipende” dalla politica (todos bersanianos).
Anche in questo senso, la candidatura di Basso rappresenta un punto di forza per lo schieramento Bersani, soprattutto in proiezione esterna, che riterrei opportuno valorizzare al massimo.
E’ però altrettanto vero che, affinché la proposta di Bersani risulti pienamente credibile, almeno per quanto mi riguarda, il peso di quella che io chiamo negativamente “la ditta” (Bersani ha dato a questo termine un’accezione positiva ma si riferiva al PD), vale a dire quell’intreccio di interessi e di poteri, che ci portiamo dietro dal vecchio PCI, deve essere ridimensionato.
Ciò tanto più dal momento che voteremo su liste bloccate (questa si che mi pare veramente una norma da cambiare!). Mi sembrerebbe veramente contraddittorio che assumessero un ruolo di primo piano coloro che hanno sempre frenato il cambiamento (dalla “costituente del nulla” in poi….), con la scusa che “bisogna rimettere ordine nel partito”. Ciò non vuol dire rifiutare il contributo di chi, per esperienza, ha certamente qualcosa da insegnare; dico solo che occorre cominciare davvero a fare selezione tra chi ha le carte in regola per guidare quello che deve comunque essere un cambiamento vero e chi no.
Collegato al ragionamento di cui sopra è il tema dei cosiddetti “apparati”. A torto o ragione questa è un’argomentazione in grado di influire significativamente sull’orientamento degli elettori delle primarie (“…un partito che non viva di contraddizioni…apparati versus società civile….” Marino).
Sul fronte Franceschini, Roberta Pinotti, in una recente intervista, ne parla come di “…chi si sente in diritto di rileggere il volantino per l’ok definitivo, senza avere un qualsiasi ruolo…”. Non sono un frequentatore di Piazza de Marini per valutare se ciò corrisponda o meno al vero; è però verosimile e tanto basta per rafforzare in me la convinzione che il problema del “controllo politico” degli apparati esiste. Ciò soprattutto nella prospettiva, che mi convince, della mozione Bersani, di un partito strutturato.
Solo in questo modo mi pare, tra l’altro, possibile riportare all’interno del partito quei momenti di elaborazione e confronto sui contenuti che oggi sono di fatto sviluppati all’esterno (associazioni etc) e che costituiscono, insieme alle esperienze nelle amministrazioni, momenti di formazione permanente, non sostituibili da estemporanee “scuole”. Ciò pone, peraltro, il problema delle risorse economiche, del loro reperimento ed utilizzo, su cui, mi pare ci sia ancora molto da discutere.
Vorrei concludere con la considerazione che qualunque sia la mozione che si affermerà, grazie al significativo “mescolamento”di vecchi gruppi dirigenti che si è verificato, non ci sarà nessun ritorno al passato e l’opzione del PD avrà comunque vinto.
In effetti, mi ero schierato a suo tempo con Letta, (sperando fino all’ultimo che si candidasse Bersani), oltre che per la scarsa fiducia che nutrivo nelle capacità di Veltroni per quello specifico ruolo, anche per il sapore plebiscitario, frutto dell’accordo di potere tra vecchi gruppi dirigenti, che aveva assunto la sua candidatura (ricordate le diverse liste in appoggio al candidato unico?) e che mi facevano dubitare della possibilità di affermazione delle nuove istanze.
Adesso questo rischio non c’è: il confronto è vero, il risultato non predeterminato, l’affermazione del nuovo possibile. Anche se sono fortemente orientato ad appoggiare la mozione Bersani (a meno che non mi vengano proposte immangiabili polpette a livello di liste da votare) non mi sentirei sconfitto se prevalessero altri. Un senso, questa storia, ce l’avrebbe comunque.
Eugenio Piovano
Genova, 17 Agosto 2009